«Ne avevo uno.» Guardò dritto nella telecamera senza abbassare gli occhi. «Uno. È morto quattordici anni fa. Aveva due anni.»
E lì, ad alta voce per la prima volta nella sua vita, lo raccontò.
Si chiamava Nicola. Un pomeriggio di pioggia, un’auto che non si fermò al semaforo, una madre che camminava sul marciapiede con il figlio in braccio. Si svegliò in un letto d’ospedale e non c’era più niente da fare.
Da quel giorno Amalia non aveva più tenuto in braccio un neonato.
Fino a quel pomeriggio. Fino a Tommaso.
«Ecco perché mi sono tuffata» disse, con la voce che a malapena si muoveva. «Perché io so cosa vuol dire perdere un figlio. E non avrei permesso a un’altra madre di impararlo. Nemmeno a una madre che non mi ha mai voluto bene.»
Capitolo Dieci: Il Pomeriggio Che Diventò Un Miracolo
Certe persone entrano nella nostra vita senza fare rumore, e quando arriva il momento sono le uniche disposte a buttarsi in acqua per noi.
Amalia non era perfetta. Non era ricca. Non aveva titoli di studio da mettere su un foglio, né un cognome importante, né vestiti costosi. Ma aveva una cosa che nessuno poteva comprarle: un cuore che si era rotto una volta e continuava a battere forte per i figli degli altri.
Casa Rovelli diventò un posto diverso, dopo quel giorno. Camilla e Riccardo smisero di parlarle come si parla alla servitù e cominciarono a parlarle come si parla a una di famiglia. Quando Tommaso imparò a camminare, la cercava per tutte le stanze urlando il suo nome.
Mesi più tardi, quando il peggio era ormai passato, Camilla le fece la domanda che si teneva dentro da tempo.
«Amalia, perché non ci ha mai parlato di suo figlio?»


