Una volta aveva sentito una frase, attraverso il legno: «Se smetti di piangere, forse ti tengo in braccio.»
Non aveva detto niente a nessuno.
Perché una governante che accusa la padrona di casa perde il lavoro il giorno stesso, e Marta aveva una figlia di dodici anni e un affitto a Como da pagare da sola.
Ma quella mattina Riccardo doveva rientrare dal consiglio di amministrazione entro le dieci.
E quella mattina, mentre attraversava il corridoio con il vassoio, Marta sentì una voce alzarsi dietro le doppie porte del salone.
Capitolo 3 — «Si allontani da quella culla»
Appoggiò il vassoio d’argento sul tavolino accanto alla libreria e fece due passi.
Camilla era in piedi davanti al divano di seta chiara, il vestito rosso che rifletteva la luce del lago come un allarme.
Sul bordo del fasciatoio, a pochi centimetri dalla culla portatile, c’era un ferro da stiro acceso, appoggiato di lato su una pila di lenzuolini.
Il vapore saliva dritto verso l’alto in una colonna sottile.
Leo si agitava tra i cuscini, il viso rosso, le mani chiuse a pugno, e piangeva con quel pianto acuto che nessuna madre riesce a ignorare.
Camilla lo guardava dall’alto senza muoversi.
Camilla: Basta piangere, adesso. Basta.
Marta non pensò. Spinse le porte con la spalla ed entrò.
Marta: Si allontani da quella culla. Subito.
Camilla si voltò lentamente, e la sorpresa sul suo viso diventò disgusto in meno di un secondo.
Camilla: Lei entra qui senza bussare?
Marta: Quel ferro è acceso a venti centimetri dal bambino.
Camilla: Stia al suo posto, Vitale.
Marta attraversò il salone, mise il proprio corpo tra la donna e la culla, e sollevò Leo tenendolo contro la spalla.
Il calore del bambino contro il collo le disse che era arrivata in tempo.


