Prese Leo dalle braccia di Marta con quella delicatezza goffa che hanno gli uomini grandi quando toccano qualcosa di piccolo.
Gli aprì la tutina, gli controllò la pelle del collo, delle braccia, delle gambe.
Niente. Nessun segno. Solo un bambino spaventato che smetteva di piangere contro una giacca scura.
E fu proprio quello a fargli male: il fatto di aver dovuto controllare.
Cercò negli occhi di sua moglie un segno di paura per il bambino. Uno solo.
Trovò soltanto fastidio, e la fretta di chi vuole chiudere una conversazione.
Riccardo: Marta lavora qui da tre anni. Non ho mai ricevuto un reclamo su di lei.
Camilla: Quindi credi a una dipendente invece che a tua moglie?
Riccardo: Credo a quello che ho visto entrando in questa stanza.
Camilla: Se permetti al personale di parlarmi così, io me ne vado.
Riccardo: Nessuno esce da questa casa finché non ho capito tutto.
Poi chiamò la sua assistente, ferma in corridoio.
Riccardo: Nadia, mi faccia scaricare le registrazioni del corridoio della nursery. Da tre settimane a oggi.
Il viso di Camilla perse colore.
Aveva dimenticato le telecamere installate dopo il furto in giardino di settembre.
Capitolo 6 — Le telecamere del corridoio
L’avvocato Sartori arrivò alla villa quarantacinque minuti dopo, con una cartella di pelle scura e nessuna intenzione di fare conversazione.
Riccardo si sedeva dietro la scrivania di noce dello studio, la faccia illeggibile.
Marta era rimasta in piedi vicino alla porta, convocata come testimone.
Camilla sedeva in poltrona e tamburellava le unghie sul bracciolo.
Camilla: Tutta questa messinscena è ridicola, Riccardo.
Riccardo: Stai seduta e guarda.
Sartori aprì il portatile e girò lo schermo.
Il video mostrava il corridoio e la porta aperta del salone.


