Davide era nel laboratorio sul retro. Sentì lo schianto e corse.
Si fermò sulla porta del soggiorno.
Sua moglie in piedi, pallida. Sua madre a terra, in lacrime, tra i frammenti blu sparsi ovunque.
Davide non chiese nulla. Andò dritto da Graziella, la aiutò a rialzarsi, le guardò le mani e le braccia. «Ti sei fatta male? Mamma, guardami.»
«Mi ha… il vaso di tuo padre…» singhiozzava lei.
Poi Davide si voltò verso Serena. E per la prima volta in otto anni di matrimonio, nei suoi occhi non c’era nessuna esitazione.
«Prendi le tue cose», disse piano. «Stasera dormi da tua sorella.»
Serena lo guardò in silenzio. Aveva scelto. Senza una domanda.
Poi abbassò lo sguardo, e lo vide.
Tra i cocci, nel pezzo più grande del fondo, c’era qualcosa di bianco. Una busta, piegata e fissata con del nastro all’interno della base. Qualcuno l’aveva nascosta lì prima della cottura finale, in uno spazio ricavato apposta.
Serena si chinò e raccolse il frammento con la busta.
«Serena», sussurrò Graziella.
Serena guardò suo marito negli occhi.
«Hai scelto tua madre…» disse, con una calma che spaventò anche lei. «…allora questa è la fine di noi.»
Davide fece un passo indietro. Non per paura: per lo sguardo di lei. Non era solo rabbia. Era il viso di qualcuno che porta un peso da molto tempo.


