Graziella si portò una mano alla bocca. «Io non so nemmeno usare quel computer.»
Nel soggiorno cadde un silenzio diverso: il silenzio di tre persone che capiscono di essersi sbagliate.
Davide prese la busta dal coccio. Sopra, nella calligrafia inclinata di suo padre, c’era scritto: Per Serena. Se stai leggendo, il vaso si è rotto, e forse è giusto così.
Lui la aprì e lesse ad alta voce.
Ernesto raccontava di aver scoperto, un anno prima di ammalarsi, che Franco prelevava soldi dalla fornace con fatture false. L’aveva affrontato, e Franco aveva pianto e giurato di restituire tutto. Ernesto gli aveva creduto, per amore di Graziella. Ma per prudenza aveva raccolto le prove e le aveva chiuse in una cassetta di sicurezza in banca. La chiave era lì, nella busta, avvolta in un foglio di carta velina.
Non l’ho detto a Graziella perché le avrebbe spezzato il cuore, scriveva. Non l’ho detto a Davide perché è troppo buono per crederci. L’ho detto a te, Serena, perché tu guardi i numeri, e i numeri non mentono. Se Franco ricomincia, fermalo.
Graziella si sedette lentamente. Ripensò a tutto: Franco che insisteva per vendere il vaso, Franco che le portava le foto, Franco che le ripeteva che Serena voleva vendere la casa e mandarla in un ospizio.
«Mi ha usata», sussurrò. «Mio fratello mi ha usata contro di te.»


