Verso le tre del mattino, la stanza d’ospedale tornò finalmente silenziosa. Il ronzio rassicurante delle apparecchiature mediche riempiva l’aria. Marcus sedeva su una poltrona accanto al mio letto, con il capo chino e le dita intrecciate alle mie.
«Mi dispiace di non aver capito prima,» mormorò, la voce rotta dalla stanchezza. «Per mesi ho pensato che le vostre fossero semplici incomprensioni caratteriali. Non avrei mai immaginato che la cupidigia potesse arrivare a questo livello di follia.»
«L’importante è che ora la verità sia impressa nero su bianco,» risposi piano, accarezzandogli i capelli. «Non ci sono più ombre tra noi, né bugie su cui qualcuno possa speculare.»
Quella notte segnò la fine della paura e l’inizio di una chiarezza definitiva.


