Mentre Marcus mi sollevava con cautela per adagiarmi sul bordo del letto, lo sguardo di Isabella cambiò radicalmente. Le lacrime finte si asciugarono all’istante. La sua attenzione non era più rivolta a Marcus, né al modo in cui lui mi stringeva la mano per verificare il mio polso.
I suoi occhi, spalancati dall’orrore autentico, erano fissi sull’angolo superiore della parete nord.
Lì, incassata discretamente vicino al condotto d’aerazione, c’era una cupola scura con un minuscolo led rosso lampeggiante. Una telecamera a circuito chiuso ad alta definizione, installata di recente nella suite privata per ragioni di sicurezza medica.
Marcus non l’aveva ancora notata, concentrato unicamente sulla mia respirazione affannosa. Ma Isabella l’aveva vista. E il terrore che le deformava i lineamenti rivelava chiaramente che quel sensore aveva registrato molto più del semplice istante dell’ingresso di Marcus.


