«Porto»: La Parola Che Ho Scritto Venti Minuti Prima Dello Schiaffo
Racconto di fantasia. Nomi, luoghi e aziende sono inventati.
In breve: Irene, commercialista bolognese incinta di sedici settimane, aspetta il marito per il loro sesto anniversario. Lui arriva con un’altra donna e con un foglio da farle firmare. Prima dello schiaffo, lei ha già scritto una sola parola ai suoi fratelli. Sul tavolo, accanto alla cena, c’è una cartellina blu che nessuno dei due si aspetta.
Parte Prima: La Tavola Apparecchiata Per Due
Quella sera avevo chiuso i tortellini a mano, uno per uno, come mi aveva insegnato sua madre il primo Natale che ho passato con loro. Trecentoventi tortellini. Li avevo contati perché contare mi teneva le mani ferme.
La casa sui colli di Bologna era silenziosa. Dalle vetrate si vedevano le luci della città accendersi una alla volta. Sul tavolo avevo messo la tovaglia di lino di mia nonna, due candele e, accanto al piatto di Filippo, una piccola scatola di legno a forma di barca.
Dentro c’era un’ecografia.
Sedici settimane. Non gliel’avevo ancora detto. Mi ero raccontata che aspettavo il momento giusto, ma la verità era più semplice e più triste: da mesi Filippo tornava a casa come si torna in albergo, e io non volevo consegnare nostra figlia a un uomo che guardava il telefono mentre gli parlavo.
Alle 20:05 mi arrivò un suo messaggio.
Stasera porto una collega, dobbiamo chiudere una cosa per la società. Non fare scene.
Rimasi a guardare quelle parole a lungo. Non fare scene. In sei anni di matrimonio non avevo mai fatto una scena. Nemmeno quando avevo trovato, nella tasca della sua giacca, lo scontrino di un braccialetto d’argento con una piccola àncora che non era mai arrivato al mio polso.


