Lorenzo prese la cartellina e lesse in silenzio. Da avvocato, leggeva con la stessa faccia con cui si ascolta un testimone che mente. Poi alzò gli occhi su Vanessa.
«Lei è la legale rappresentante di Solaris Advisory?»
Vanessa non rispose. Il colore le scivolò via dal viso lentamente. Il sorriso con cui era entrata in casa mia non c’era più.
«Era una struttura temporanea» disse Filippo in fretta. «Irene, ascoltami. Serviva a proteggere la società. Un giorno sarebbe stato tutto tuo…»
«Tutto mio» ripetei. «Anche le responsabilità?»
Vanessa si voltò verso di lui. «Mi avevi detto che lei aveva firmato. Mi avevi detto che era d’accordo.»
«E tu mi avevi detto che era sicuro» replicò lui. «L’idea delle fatture era tua.»
Li guardai accusarsi a vicenda nel mio salotto, sopra la tovaglia di mia nonna, e provai una cosa che non mi aspettavo: nessuna soddisfazione, solo una grande stanchezza.
«Quindi era questo il foglio di stasera» disse Lorenzo, sollevando la ratifica con due dita. «Una firma vera per coprire una firma falsa.»
Nessuno rispose.
Allora presi la scatola a forma di barca. La aprii e posai l’ecografia sul tavolo, davanti al piatto di Filippo.
«Volevo darti questa. Sedici settimane. È una bambina.»
Nicola, accanto a me, trattenne il respiro. Lorenzo chiuse gli occhi per un istante.
Filippo guardò la fotografia in bianco e nero e si sedette. Credo che le gambe non lo reggessero più. Aprì la bocca, ma non disse niente.
Vanessa prese la sua cartellina di pelle, lasciò il foglio sul tavolo e uscì. I suoi tacchi, sul marmo dell’ingresso, non sembravano più così sicuri.


