Una domenica di dicembre suonò il campanello. Era Loretta, la madre di Filippo, con un contenitore di brodo e un foglietto ingiallito: la ricetta dei tortellini scritta a mano, quella che mi aveva insegnato.
Si sedette in cucina e per un po’ non riuscì a parlare.
«L’ho cresciuto io» disse alla fine. «E non ho visto niente.»
«Non era compito tuo vedere, Loretta. Era compito suo non farlo.»
Mi strinse la mano. Da allora torna una domenica al mese. Porta sempre il brodo e non chiede mai niente.
Parte Sesta: Marina
Mia figlia è nata un martedì di febbraio, alle 6:40 del mattino, l’ora in cui mio padre usciva in mare.
Si chiama Marina.
In sala d’attesa c’erano Lorenzo, con la cravatta allentata per la prima volta in vita sua, e Nicola, che aveva guidato da Cesenatico in un’ora e dieci anche se non c’era nessuna urgenza. «Abitudine» disse.
Qualche settimana dopo, tramite i nostri avvocati, mi arrivò una lettera di Filippo. Non c’erano giustificazioni. Nessun ero stressato, nessun è stata lei. Scriveva soltanto che aveva cominciato un percorso con uno specialista e che capiva di non avere il diritto di chiedere niente.
L’ho letta due volte e l’ho messa in un cassetto. Non ho ancora risposto. Forse un giorno lo farò, per Marina, nei modi e nei tempi che decideranno le persone competenti a tutelarla. Ma quella decisione, adesso, è mia.
A marzo ho aperto il mio studio. È piccolo: due scrivanie, una pianta e una targa con il mio nome, che stavolta ho firmato io.


