Non vidi partire la mano di Filippo. Sentii solo il calore sulla guancia, improvviso, e il silenzio che venne dopo.
Non caddi e non mi appoggiai al tavolo. Rimasi in piedi, con una mano sul viso e l’altra, senza che lo decidessi, sulla pancia.
Filippo respirava forte. Sembrava sorpreso da se stesso, ma solo per un momento.
«Non permetterti più di parlare a Vanessa con quel tono.»
Alzai gli occhi verso l’orologio sopra la credenza: le 21:38.
Non piansi. Fu allora che il sorriso di Vanessa cominciò a vacillare, perché le persone che piangono si possono consolare, ma una donna che guarda l’orologio sta aspettando qualcosa.
Suonò il campanello.
Parte Seconda: La Parola Che Ci Eravamo Promessi
Mio padre si chiamava Aldo e per trent’anni è uscito in mare prima dell’alba da Cesenatico, su una barca di legno che si chiamava Marina. Aveva tre figli: Lorenzo, il maggiore, che è diventato avvocato penalista; Nicola, che ha le spalle di un armadio e fa il falegname; e io, la piccola, quella dei conti.
Quando papà si ammalò, ci fece sedere tutti e tre sulla panca del porto e ci disse una cosa sola: «Restate vicini. Il mare è grande, ma una barca si vede sempre dal porto.»
Il giorno del mio matrimonio chiesi ai miei fratelli un favore. Filippo era un ragazzo orgoglioso, partito da zero, e non sopportava l’idea che qualcuno lo tenesse d’occhio. «Lasciateci vivere» dissi. «Non intromettetevi.»
Lorenzo mi guardò a lungo, poi annuì. «Va bene. Ma se un giorno ti manca la voce, scrivi Porto. Una parola sola. Arriviamo.»
Nicola aggiunse, serissimo: «Da Cesenatico sono un’ora e mezza. Un’ora e dieci, se è urgente.»
Risi. Non pensavo che avrei mai usato quella parola.


