Alle 20:07 aprii una chat che non usavo da anni. Si chiamava I tre del porto. Scrissi una sola parola.
Porto.
Poi spensi il fuoco sotto l’acqua e aspettai.
Alle 21:15 i fari illuminarono il vialetto. Sentii la porta aprirsi, poi due passi diversi sul marmo dell’ingresso: quelli pesanti di Filippo e un ticchettio leggero, sicuro, di tacchi.
Lei entrò dietro di lui. Vestito verde di raso, capelli raccolti, una cartellina di pelle sotto il braccio. Al polso, un braccialetto d’argento con una piccola àncora.
«Irene, lei è Vanessa Bortolotti» disse Filippo, allentandosi la cravatta. «Ci segue come consulente sul progetto Borgo Navile.»
«Alle nove e un quarto della sera del nostro anniversario?»
Vanessa sorrise prima di lui. «I progetti importanti non guardano il calendario.»
Guardai il braccialetto, poi guardai mio marito. «Ti vedi con lei?»
«Non adesso.»
«Non è una risposta, Filippo.»
«Sono stanco di essere interrogato in casa mia.»
«Non ti sto interrogando. Ti sto chiedendo se mi tradisci.»
Vanessa posò la cartellina sulla tovaglia di mia nonna, proprio accanto alla scatola a forma di barca, e la aprì. Dentro c’era un solo foglio, con un segno a matita nel punto della firma.
«Facciamola breve» disse. «Filippo ha bisogno che tu firmi questo stasera. È una semplice ratifica per una società del gruppo. Tu sei già amministratrice, è solo una formalità.»
Non la toccai nemmeno. Non ne avevo bisogno: conoscevo quel foglio meglio di lei.
«Non firmo.»
Il sorriso di Vanessa si fece più sottile. «Filippo mi aveva detto che eri una persona ragionevole. Ma forse è normale, per la figlia di un pescatore di Cesenatico, non capire come funzionano certe cose.»
«In casa mia» dissi piano «non si parla così di mio padre.»


