Non ha risposto. Si è asciugata gli occhi con un gesto elegante, troppo elegante per qualcuno che stava davvero piangendo.
L’ambulanza è arrivata dopo dodici minuti. I paramedici hanno preso mia madre, le hanno misurato la pressione, le hanno messo una coperta termica sulle spalle. Io non le lasciavo la mano.
Beatrice intanto si è allontanata di qualche passo, verso il pergolato. Pensava che nessuno la stesse guardando.
Io la guardavo.
Ha preso il telefono, ha aperto una chat e l’ha cancellata con due movimenti rapidi del pollice. Prima che lo schermo si spegnesse ho visto l’iniziale del contatto: una sola lettera, R.
In quell’istante ho capito una cosa che mi ha tolto il fiato più della piscina.
Beatrice non stava lavorando da sola.
Capitolo 6: La Notte In Ospedale
Hanno tenuto mia madre in osservazione per la notte. Niente di rotto, solo tanta acqua respirata, il cuore affaticato e un freddo che non se ne andava.
Sono rimasto seduto accanto al letto fino all’alba.
A un certo punto ha aperto gli occhi e mi ha guardato a lungo.
«Te lo ricordi, a marzo? Ti dissi che Beatrice spostava le mie medicine. Che la sera mi sentivo strana, pesante.»
Me lo ricordavo. E ricordavo anche la mia risposta. Le avevo detto di non preoccuparsi, che forse si confondeva, che alla sua età era normale. L’avevo detto con dolcezza, convinto di proteggerla.
Invece stavo facendo esattamente il gioco di Beatrice.
«Mamma, perdonami.»
Lei ha scosso la testa piano. «Non sei tu che devi chiedere scusa. Ti hanno ingannato con cura. Io lo sapevo, ma non avevo prove.»
Le ho stretto la mano. Era ancora fredda.
«Adesso le prove le trovo io» le ho detto. «Tutte.»


