In estate ci trasferimmo a Parma, in un appartamento con un piccolo balcone che dava su un cortile di glicini. Mia madre abitava a quattro strade da noi.
Il lutto non segue un calendario. Ci sono state mattine in cui non riuscivo ad alzarmi e pomeriggi in cui ridevo per una sciocchezza e poi mi sentivo in colpa per aver riso. Io e Tommaso abbiamo cominciato un percorso da una psicologa specializzata nella perdita perinatale. La prima cosa che ci disse fu che il dolore non si divide per due: si porta insieme.
Tommaso fece una cosa che non mi aspettavo. Andò all’anagrafe e chiese informazioni per aggiungere il mio cognome al suo. «Non voglio che i nostri figli portino solo un nome che è servito a coprire una violenza» mi disse. «Voglio che portino anche il tuo.»
Bruno lasciò la villa di Brescia e prese un bilocale in affitto. Lasciò anche l’azienda. Ogni tanto ci telefona. Parla poco, come sempre, ma adesso chiede come sto e aspetta la risposta.
Beatrice smise di portare sua figlia ai pranzi della domenica. Per la prima volta venne a trovarci a Parma. Portò una piantina di limone in un vaso di terracotta.
«Per Elia» disse. «I limoni fioriscono anche d’inverno, se li tieni al riparo.»
La mettemmo sul balcone, al sole.


