Ricordo l’ambulanza a pezzi. Il soffitto che scorreva. La voce di un infermiere che mi chiedeva di stringergli la mano. Tommaso seduto accanto a me, con la camicia macchiata e gli occhi fissi sul monitor.
Al pronto soccorso dell’ospedale mi portarono subito in sala. La dottoressa Irene Salvi, una donna minuta con i capelli raccolti in fretta, mi parlò guardandomi negli occhi. Non usò giri di parole, e gliene sono ancora grata.
«Giorgia, il battito del bambino non c’è più. Mi dispiace moltissimo.»
Non urlai. Non piansi subito. Rimasi immobile, come se il corpo avesse deciso di proteggermi spegnendo tutto. Tommaso invece si piegò in due sulla sedia, con la fronte sulle ginocchia, e per la prima volta da quando lo conoscevo lo sentii singhiozzare.
Elia nacque in silenzio alle 3:40 del mattino. Un’ostetrica me lo mise tra le braccia avvolto in una copertina gialla. Aveva le mani di Tommaso. Lo tenni per un tempo che non so misurare.
Quando uscii dalla sala, nel corridoio c’era Adelaide. Cappotto di cammello, rossetto rifatto, la borsa stretta al petto. Accanto a lei, un uomo in giacca blu che non avevo mai visto.
«Povera cara» disse ad alta voce, perché la sentissero le infermiere. «È scivolata. Glielo dicevo sempre, con quelle scarpe…»
Tommaso si fermò davanti a lei.
«Non osare.»
«Tommaso, ragiona. Pensa al nome della famiglia, pensa a tuo padre…»
«Ci sto pensando» rispose lui. «Per questo ho chiamato la polizia.»
L’uomo in giacca blu le toccò il braccio e la portò via. Seppi dopo che era l’avvocato di famiglia. Era arrivato in ospedale prima di mia madre.


