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Capitolo 6: La Pressione Della Famiglia

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Capitolo 6 di 12
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Le due settimane seguenti furono una guerra combattuta al telefono.

Lo zio Franco chiamò Tommaso per dirgli che stava «rovinando un’azienda con sessanta dipendenti». Una cugina scrisse su un gruppo di famiglia che «certe nuore sanno bene come mettere i figli contro le madri». Qualcuno fece arrivare a mia madre, a Parma, una lettera anonima piena di insinuazioni sul mio passato.

Poi arrivò l’offerta. L’avvocato in giacca blu chiese un incontro «informale» e mise sul tavolo un foglio: una somma che non avevo mai visto scritta tutta insieme, in cambio del ritiro della querela e di una dichiarazione in cui avrei confermato la caduta accidentale.

Mia madre, Luisa, che era salita da Parma e non mi lasciava sola un minuto, lesse il foglio e lo rimise sul tavolo girato al contrario.

«Mia figlia non è in vendita. E nemmeno mio nipote.»

L’avvocato sorrise appena. «Signora, senza testimoni indipendenti questo processo sarà lungo e doloroso. E l’esito non è scontato.»

Aveva ragione su una cosa: il mio avvocato, Paola Neri, me lo aveva detto chiaramente. La testimonianza di Tommaso era forte, ma la difesa avrebbe sostenuto che un figlio arrabbiato, sotto l’influenza della moglie, può raccontare qualsiasi cosa.

Quella notte non riuscii a dormire. Guardavo la copertina gialla, piegata sul comodino, che l’ospedale mi aveva lasciato portare a casa. Pensavo che la verità non dovrebbe avere bisogno di testimoni. E invece ne ha sempre bisogno.

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