«Quel bambino porterà il nostro nome. E tu non userai mio nipote per portarmi via mio figlio.»
Fu allora che parlai.
«Mio figlio non è uno strumento. E non è suo.»
La sedia di Adelaide strisciò sul parquet. Tommaso si alzò. «Mamma, siediti.»
Lei non si sedette. Venne verso di me. Io spinsi indietro la sedia e cercai di alzarmi appoggiandomi al tavolo, ma non feci in tempo. Il colpo arrivò al fianco, sotto la pancia, forte e preciso.
Il dolore mi tolse il respiro. Scivolai a terra. Poi sentii qualcosa di caldo e capii, prima ancora di guardare, che qualcosa si era rotto.
Adelaide era impallidita. Eppure la frase che disse fu: «È stata lei a provocarmi.»
Tommaso guardò sua madre, poi me, poi il pavimento. Qualcosa nel suo viso si spense e qualcos’altro si accese. Prese il telefono con le mani che tremavano.
«Basta bugie. Chiamo il 112.»


