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Capitolo 9: L'Aula

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Capitolo 9 di 12
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Il processo cominciò in primavera. Adelaide entrò in aula con un tailleur grigio, senza gioielli, al braccio di un nuovo avvocato. Aveva l’aria di una donna perseguitata.

La difesa provò tutte le strade. Lo stato emotivo di un’anziana «esasperata». Le mie presunte provocazioni. Un vecchio certificato che parlava della «fragilità nervosa» dell’imputata. Poi il video fu proiettato davanti alla corte, e in aula calò un silenzio che non dimenticherò mai.

Tommaso testimoniò per un’ora e dieci minuti. Non alzò mai la voce. Quando l’avvocato di sua madre gli chiese se odiasse sua madre, rispose:

«No. Ed è proprio per questo che sono qui. Se la odiassi, sarebbe stato facile tacere e sparire.»

Anche Bruno testimoniò. E anche Nadia, la collaboratrice domestica, che Beatrice era riuscita a rintracciare a Cremona. Parlò con le mani intrecciate in grembo e la voce ferma.

Adelaide fu condannata. Non racconterò gli anni, i codici, le percentuali: non sono quelli a restituirti un figlio. Ricordo solo il momento della lettura della sentenza, e il fatto che lei, per la prima volta, non si voltò a guardare me. Guardò suo marito. E lui, per la prima volta, non abbassò gli occhi.

Uscendo dall’aula, la vice ispettrice Moretti mi strinse il braccio.

«Sa quante volte vedo un figlio chiamare la polizia contro la propria madre? Quasi mai. Suo marito ha fatto una cosa difficilissima.»

«Lo so» risposi. «L’ha fatta per Elia.»

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