Quella sera Tommaso non dormì in ospedale. Andò in questura.
Me lo raccontò lui, giorni dopo, con la voce di chi si è strappato qualcosa di dosso. Prima di entrare era rimasto venti minuti in macchina, nel parcheggio. Il telefono vibrava senza sosta: sua madre, sua sorella Beatrice, due zii, perfino il parroco di famiglia.
Il messaggio di Adelaide diceva soltanto: «Se entri lì dentro, non hai più una madre.»
Entrò.
Alla vice ispettrice Moretti raccontò esattamente ciò che aveva visto: sua madre che si alzava, che veniva verso di me, che mi colpiva mentre ero ancora mezza seduta. Raccontò la frase «È stata lei a provocarmi». E raccontò anche quello che non gli aveva chiesto nessuno: le telefonate in cui sua madre mi chiamava «l’intrusa», le volte in cui aveva minacciato di «farmela pagare» se ce ne fossimo andati.
«Perché lo sta facendo?» gli chiese la poliziotta. Non era un’accusa, era una domanda vera.
Tommaso ci pensò a lungo.
«Perché per trentaquattro anni ho scelto la pace di mia madre. E stanotte mio figlio è morto in quella sala da pranzo.»
Quando tornò in ospedale, all’alba, si sedette sul bordo del letto. Non mi chiese scusa per sua madre. Mi chiese scusa per sé stesso.
«Ho visto come ti trattava e ho sempre detto “lascia stare, è fatta così”. Non ti ho protetta. Da oggi smetto di lasciar stare.»
Gli presi la mano. Era la prima volta, da quella notte, che sentivo di non essere sola.


