La mattina dopo nella mia stanza entrò la vice ispettrice Silvia Moretti. Aveva un blocco per gli appunti e una tazza di tè che mi lasciò sul comodino senza chiedermi niente.
«Signora Valli, non deve dirmi tutto adesso. Ma devo dirle una cosa io: sua suocera ha già rilasciato una dichiarazione.»
Adelaide aveva raccontato che ero inciampata alzandomi di scatto, durante una discussione «accesa ma civile». Lei avrebbe cercato di sorreggermi. Nella sua versione era quasi un’eroina.
«E mio suocero?» chiesi.
«Il signor Bruno Ruggeri dice di non aver visto bene. Era girato verso la credenza.»
Bruno. L’uomo che in tre anni mi aveva rivolto forse cento parole, sempre gentili e sempre a bassa voce, come chi ha imparato a non disturbare in casa propria.
Raccontai tutto alla vice ispettrice. La cena, Parma, il coltello da dolce, la frase su mio figlio, il colpo. Lei scriveva senza interrompermi. Alla fine chiuse il blocco.
«La sua parola conta, Giorgia. Ma in questi casi è spesso la parola di una contro quella di un’altra. Sapere chi c’era nella stanza fa la differenza.»
Nella stanza c’erano quattro persone. Una aveva colpito. Una fingeva di non aver visto. Una ero io.
La quarta era mio marito.


