Sofia non inseguì Vittoria.
L’istinto le suggeriva di farlo, ma la prudenza le ricordava che era incinta, che sua figlia aveva bisogno di lei e che una supposizione non bastava per accusare qualcuno.
Chiamò invece Lorenzo.
«Giulia ha visto Vittoria prendere una chiave dall’ufficio di tuo padre.»
Lorenzo rimase immobile.
«Sei sicura?»
«È quello che mi ha raccontato.»
«La stanza dell’archivio è chiusa da tre giorni.»
«Per quale motivo?»
Lorenzo esitò. «Mio padre sostiene che manchino alcuni registri.»
Prima che Sofia potesse chiedere altro, il patriarca della famiglia, Alessandro Bellini, salì sul piccolo palco allestito in giardino.
Aveva settantadue anni, una voce ancora autorevole e un’espressione insolita.
«Amici, questa sera celebriamo quarant’anni di lavoro. Ma soprattutto celebriamo la fiducia.»
Sofia notò che Vittoria era tornata tra gli invitati.
Alessandro continuò.
«Domani annunceremo un cambiamento importante nella gestione della società.»
Un brusio attraversò la sala.
Vittoria sollevò il bicchiere, ma il suo sorriso scomparve quando Alessandro aggiunse:
«Prima, però, alcuni conti dovranno essere chiariti.»
Pochi minuti dopo, un cameriere consegnò a Sofia una busta senza mittente.
All’interno c’era soltanto una fotografia.
Ritraeva un vecchio cancello sul retro della proprietà e, accanto, una piccola costruzione abbandonata.
Sul retro, qualcuno aveva scritto:
La verità non è nella villa. È sotto ciò che hanno deciso di demolire.
Sofia riconobbe immediatamente il luogo.
Era l’antica serra dove, anni prima, la madre di Lorenzo aveva coltivato le sue orchidee.
La stessa serra che Vittoria aveva insistito tanto per abbattere.


