Adriana Ferri viveva in una piccola casa sulle colline sopra Lecco.
Quando Elena riuscì a contattarla, la donna inizialmente rifiutò l’incontro.
«Ho già raccontato tutto quello che sapevo», disse al telefono.
«A chi?» domandò Elena.
Dall’altra parte ci fu un lungo silenzio.
«A persone che non volevano ascoltare.»
Sofia decise di scriverle una lettera personale.
Non le chiese documenti, non parlò di responsabilità e non promise risultati.
Le raccontò soltanto di Giulia, del bambino che aspettava e della volontà di comprendere che cosa Bianca avesse cercato di proteggere.
Tre giorni dopo Adriana rispose.
L’incontro avvenne in un piccolo giardino pieno di rose.
Adriana aveva sessantotto anni e uno sguardo attento.
«Bianca non era una donna ingenua», disse. «Sapeva che un progetto benefico poteva diventare vulnerabile quando troppo potere finiva nelle mani di poche persone.»
«Lei lavorava con mia suocera?» chiese Sofia.
«Ero responsabile dell’organizzazione degli alloggi.»
Adriana mostrò una fotografia di un edificio restaurato.
«Qui vivevano dodici famiglie. Poi arrivò una comunicazione che annunciava la vendita della proprietà.»
«Chi l’aveva autorizzata?»
«Non lo sapevamo. Bianca era già malata.»
Lorenzo abbassò lo sguardo.
Adriana continuò.
«Prima di morire mi affidò una copia di alcuni registri. Mi chiese di conservarli finché suo figlio non fosse stato abbastanza grande da comprendere.»
«Perché non mi ha cercato prima?» domandò Lorenzo.
«L’ho fatto. Due volte.»
La donna aprì un cassetto e mostrò due lettere mai consegnate.
Entrambe erano state rispedite al mittente.
Con la stessa annotazione:
Destinatario irreperibile.


