Uno sguardo alla storia
Tre giorni prima, Nina aveva disegnato una tazza nera.
L'avevo trovato sul frigorifero, fissato con la calamita a forma di coccinella, e ci avevo riso sopra. Una tazza grande, storta, riempita di pastello nero fino all'orlo, e accanto un omino con la cravatta storta che le assomigliava vagamente a me. Sotto, con quella grafia da seconda elementare che pende tutta a destra, aveva scritto: no.
«Che roba è?» le avevo chiesto, mentre mi allacciavo le scarpe in corridoio.
Lei aveva stretto le spalle e si era guardata le punte dei piedi. «Niente.»
I bambini disegnano mostri, draghi, case che bruciano. Non ci pensi. Vai al lavoro, misuri un solaio a Fumane, torni, mangi, guardi il telegiornale e ti addormenti sul divano. La vita ordinaria ha un rumore così pieno che copre tutto il resto.
Quel venerdì mattina, però, la casa era silenziosa in un modo che non mi piaceva.
Era il quindici di aprile. La luce entrava dalla portafinestra della cucina e tagliava il tavolo in due, una metà chiara e una metà in ombra, e io ero seduto nella metà chiara con il giornale locale aperto sulla pagina delle aste immobiliari. Dal giardino arrivava l'odore bagnato dei limoni in vaso che avevo trattato la sera prima. Sopra i tetti si vedeva la collina, verde e ordinata, con le file di viti ancora corte.
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