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Capitolo 9: Il maresciallo Ferri — Parte 2

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Capitolo 9 di 13
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«Lunedì mattina la signora Ilaria mi ha chiesto se avevo del veleno per le talpe, che ne aveva bisogno per l’orto.» Deglutì. «Io le ho detto che l’orto ce l’ha lei sul terrazzo, in due vasi. Ci ho pensato tutta la settimana e non mi tornava.»

Il maresciallo tirò fuori il taccuino.

«E poi c’è l’altra cosa» aggiunse Amelia, e per la prima volta guardò me. «Davide, io non volevo immischiarmi. La settimana scorsa la bambina è venuta da me a chiedermi se le persone grandi possono andare in prigione. Le ho chiesto perché e non me l’ha detto. Le ho dato una caramella e l’ho mandata a casa.» Le si incrinò la voce. «Scusami.»

Non riuscii a dire niente. Le presi la mano e gliela strinsi.

Il collega di Ferri accompagnò Ilaria fuori. Non le misero le manette davanti alla finestra, e di questo gli sono ancora grato. Le tennero una mano sul braccio, la fecero salire, e mia moglie mi guardò dal finestrino per un secondo e mezzo.

Non c’era pentimento in quello sguardo. C’era il calcolo di quanto le sarebbe costato.

Quando l’auto uscì dal cancello, salii le scale.

Bussai tre volte. «Sono io, amore.»

La chiave girò. Nina aprì uno spiraglio, poi tutta la porta, e mi si buttò contro le gambe.

«Sono andati via i lampeggianti?»

«Sì.»

«La mamma dov’è?»

Mi inginocchiai. Avevo preparato dieci frasi diverse mentre salivo e nessuna andava bene.

«La mamma ha fatto una cosa molto grave» dissi. «Adesso ci sono delle persone che se ne occupano, e per un po’ non starà con noi. Non è colpa tua. Non è colpa tua per niente, Nina.»

Lei annuì contro la mia spalla, seria come una donna adulta.

«Avevo paura che bevevi.»

«Lo so.»

«Te l’avevo disegnato.»

E fu lì, in mezzo al corridoio, che mi si ruppe qualcosa e piansi davanti a mia figlia per la prima volta in vita mia.

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