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Capitolo 5: Dietro il vaso blu — Parte 2

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Capitolo 5 di 13
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Ilaria era in ginocchio in cucina con un canovaccio in mano e stava strofinando le piastrelle. Raccoglieva i cocci nel palmo e li buttava nel sacchetto, e passava e ripassava sullo stesso punto che era già pulito da un pezzo.

Non mi fermai. Andai in corridoio, davanti al mobile basso, e allungai il braccio dietro il vaso di ceramica blu di mia suocera, quello che detestavo da sempre.

Le dita toccarono il vetro.

Era una boccetta piccola, di quelle da giardinaggio, con l’etichetta consumata di un antiparassitario che avevo comprato io stesso due estati prima per i limoni. L’avevo cercata a settembre e non l’avevo trovata. Mi ero convinto di averla buttata.

Era quasi vuota. Sul tappo, lungo il bordo, c’era una traccia fresca, bagnata.

Tornai in cucina tenendola in alto tra due dita.

Ilaria alzò la testa dal pavimento e vide.

«Vuoi spiegarmi» dissi, «che cosa ci faceva questa dietro il vaso di tua madre?»

Si tirò su, arretrò fino al mobile, e si mise le mani sulla bocca.

«È vecchia. È del giardino. L’avrai messa lì tu.»

«L’ho comprata io, quindi so quanta ce n’era.» Girai la boccetta nella luce. «È quasi finita, Ilaria. E il tappo è bagnato.»

«Tu sei impazzito.» Le tremavano le labbra. «Ti rendi conto di quello che stai dicendo a tua moglie? Per una frase di una bambina di sette anni?»

«Chiamo i carabinieri.»

Fu come premere un interruttore.

Mi fu addosso in un secondo, le mani strette sulla manica del maglione, tirando con tutto il peso. «No. No, Davide, no, ti prego, non i carabinieri, questa è roba nostra, è roba di famiglia, ti prego—»

Mi liberai il braccio e feci due passi indietro fino al corridoio.

«Sta’ lontana da me.»

Lei scivolò con la schiena lungo il mobile e si sedette per terra, e cominciò a piangere in quel modo brutto, senza dignità, con la bocca aperta.

«L’ho fatto perché siamo rovinati» disse. «Siamo rovinati, Davide.»

Mi fermai con il pollice sopra lo schermo del telefono.

«Rovinati come.»

Alzò la faccia. Aveva gli occhi gonfi e uno sguardo che non le avevo mai visto in undici anni: non disperato. Calcolatore. Stava ancora cercando la frase che poteva salvarla.

«Non ci sono più i soldi» disse. «Non ce n’è più nemmeno uno.»

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