Arrivarono in nove minuti.
Due gazzelle si fermarono davanti al cancello con i lampeggianti accesi, e la luce blu entrò a intermittenza dalla finestra del soggiorno e si mise a girare sulle pareti. Aprii la porta prima che suonassero.
Il maresciallo Tullio Ferri era un uomo sui cinquantacinque, basso, con la faccia stanca di chi ha già visto tutto due volte. Entrò, si guardò intorno e non fece domande inutili.
«Dov’è la bambina?»
«Di sopra. Chiusa in camera. Sta bene.»
«Bravo.» Fece un cenno al collega. «Dov’è la sostanza?»
Gli consegnai la boccetta dentro un sacchetto per alimenti, chiuso. In cucina indicai i cocci raccolti a metà, la macchia sul pavimento, il canovaccio abbandonato.
«Ha pulito» dissi. «Ha pulito subito.»
Ilaria si alzò dallo zerbino e cambiò faccia in un secondo. È una cosa che ricorderò per sempre: la velocità con cui riuscì a diventare una vittima.
«Maresciallo, per fortuna siete arrivati.» Le tremava la voce nel modo giusto. «Mio marito ha avuto una crisi. È da mesi che sta male, non dorme, dice cose senza senso. Ha rotto tutto lui.»
Ferri la guardò senza espressione. «Signora, si sieda un attimo di là.»
Poi si voltò verso di me. «Chi ha visto?»
«Mia figlia.»
«Quanti anni?»
«Sette.»
Fece una smorfia piccola, quasi impercettibile. Capii solo dopo cosa significava: sapeva già quanto sarebbe stato delicato far parlare una bambina di sua madre.
Fu allora che suonò il campanello.
Amelia Riboldi ha settantotto anni, abita nella villetta accanto e passa metà della giornata dietro le tende della cucina. In paese la prendono in giro. Quel giorno entrò nel mio corridoio con la borsetta stretta al petto e le guance rosse.
«Buongiorno. Scusate. Ho visto le macchine.» Guardò il maresciallo. «Io devo dire una cosa.»
«Prego, signora.»


