Il processo si aprì a fine novembre, al tribunale di Verona.
Mi ero comprato una giacca blu apposta e mi stava male. L’avvocato Renata Sacchi, la mia legale, aveva una cartellina di quelle rigide e un modo di parlare che ti calmava senza prometterti niente.
«Oggi non deve fare l’arrabbiato» mi disse sulle scale. «Deve solo dire quello che ha visto. Il resto lo fanno le carte.»
Le carte, in effetti, erano il vero mostro.
Le analisi del laboratorio avevano trovato nei residui del caffè e nei frammenti della tazzina una concentrazione della sostanza incompatibile con qualunque contaminazione accidentale. La consulenza tecnica sul telefono di Ilaria aveva restituito le ricerche fatte nelle settimane precedenti: dosi, tempi, sintomi, quanto rimane rintracciabile un prodotto del genere. Il consulente contabile aveva ricostruito diciannove mesi di bonifici verso tre piattaforme estere, due prestiti accesi con la mia firma imitata, il libretto di Nina svuotato in quattro operazioni.
E poi c’era la polizza: rinnovata a febbraio, con un aumento del massimale richiesto da lei allo sportello, otto settimane prima di quel venerdì.
Nina non entrò mai in aula. Era stata sentita a settembre in incidente probatorio, in una stanza con i divanetti e una psicologa, e io ero rimasto dall’altra parte del vetro con le unghie nei palmi. Non aveva cambiato una virgola del suo racconto.
Ilaria entrò dalla porta laterale accompagnata da due agenti.
Era dimagrita. Aveva i capelli tagliati corti e un tailleur grigio che non le avevo mai visto, e sembrava avere dieci anni di più. Per tutta l’udienza non mi guardò mai. Nemmeno una volta.
Il pubblico ministero, la dottoressa Claudia Ronchi, parlò per quaranta minuti senza alzare mai il tono, e fu peggio di un’urlata.


