Presi Nina in braccio senza dire niente.
Aveva sette anni e pesava già abbastanza, ma la sollevai come quando ne aveva due, con la testa appoggiata alla mia spalla, e la portai su per le scale sentendo i suoi respiri corti contro il collo.
«Davide.» Ilaria era rimasta in mezzo al caffè rovesciato. «Davide, aspetta.»
«Sta’ lì.»
La camera di Nina era rosa e disordinata e piena di sole. La misi a sedere sul letto, tra il coniglio senza un orecchio e la coperta con le stelle, e mi inginocchiai davanti a lei per essere alla sua altezza.
«Adesso mi racconti tutto» dissi. «Piano. Non hai fatto niente di male, amore. Hai fatto la cosa più giusta del mondo.»
Si asciugò la faccia con il polso. «Ero andata a prendere l’acqua.»
«Quando?»
«Prima. Quando tu eri in bagno.» Tirò su col naso. «La mamma era in corridoio davanti al mobile. Ha tirato fuori una bottiglietta da dietro il vaso blu, quello brutto della nonna. Poi è andata in cucina e ha aperto il tappo e ha messo la polvere dentro la tua tazza e ha girato tanto tempo con il cucchiaino. Tanto tanto.»
«E lei ti ha vista?»
Nina scosse la testa. «Ero dietro la porta. Poi ha rimesso la bottiglietta dietro il vaso.»
Sentii il sangue battermi dietro le orecchie.
«Ascoltami bene.» Le presi le mani. «Adesso io scendo un attimo. Tu resti qui, chiudi la porta e non la apri finché non sono io a bussare. Va bene? Solo a me.»
«Va bene.»
«Sei stata bravissima. Non dimenticarlo mai.»
Scesi le scale lentamente.


