Sulla superficie del caffè c’era un velo. Una patina chiarissima, opaca, che si spostava piano verso il bordo, come quando lasci il latte fuori dal frigo troppo a lungo. La fissai per due secondi che mi sembrarono lunghissimi.
Nina non è una bambina che inventa. Nina è quella che ti confessa di aver rotto un bicchiere prima ancora che tu senta il rumore.
Alzai gli occhi su mia moglie. «Bevilo tu.»
Ilaria smise di sorridere.
«Cosa?»
«Se è tutto a posto» dissi, e spinsi il piattino verso di lei, «tu ne fai un sorso e finisce qui. Un sorso, Ilaria.»
Non rispose. Il colore le uscì dalla faccia come l’acqua da un lavandino. Vidi la sua mano destra staccarsi dal bordo del lavello.
Fece due passi e si allungò sul tavolo.
Il dorso della sua mano prese la tazzina di lato. Volò, girò in aria una volta e si spaccò sul pavimento, e il caffè si aprì a ventaglio sulle piastrelle chiare, fino ai piedi della sedia.
Mi alzai così in fretta che la sedia cadde all’indietro.
«Che cosa hai fatto.»
«È stato un incidente!» Aveva la voce spezzata, altissima. «Mi hai spaventata, mi hai guardata come se fossi… è stato un incidente, Davide, giuro.»
Dietro il divano, Nina si era messa a piangere piano, con la bocca chiusa, come piangono i bambini che hanno paura di fare rumore.
E io restai in piedi in mezzo alla mia cucina, con il cuore che mi batteva in gola, e capii una cosa semplice e mostruosa: la donna con cui dormivo da undici anni non voleva che quel caffè finisse in nessuna bocca. Né nella sua.


