È passato quasi un anno e mezzo.
La cucina non è più quella. Ho tolto le piastrelle chiare e ho messo un pavimento in cotto, ho cambiato il tavolo, ho regalato il mobile del corridoio a un mercatino della parrocchia. Il vaso blu di mia suocera l’ho buttato io, di persona, nel cassonetto del vetro, e ho aspettato di sentire il rumore.
Dei soldi ne è tornato poco. Una parte dei prestiti è stata annullata perché la firma non era mia, e questo mi ha salvato la casa. Il resto se n’è andato dove vanno quei soldi lì, e ho smesso di cercarlo. Lavoro di più, spendo di meno, e ho scoperto che si vive lo stesso.
Nina fa la quarta. Va da una psicologa il martedì pomeriggio, in centro a Verona, e all’inizio ci andava come si va dal dentista. Adesso ci va e basta. Ha avuto un periodo brutto in seconda, in cui non voleva mangiare niente che non avesse visto preparare da me, e adesso quel periodo è passato, e a volte se ne dimentica per giorni interi.
Della madre parla poco. Una volta, in macchina, mi ha chiesto se secondo me un giorno le avrebbe chiesto scusa. Le ho detto che non lo so. Mi è sembrata la risposta più onesta che avevo.
Oggi è sabato e c’è quel sole di aprile che scalda ma non brucia.
Ho tagliato l’erba davanti, ho annaffiato i limoni — sì, li ho tenuti, e ogni tanto ci penso — e Nina è uscita di corsa sul vialetto con un foglio in mano e le ciabatte al contrario.
«Papà, guarda.»
Ho spento il tosaerba e mi sono accovacciato.


