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Capitolo 11: L'aula — Parte 2

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Capitolo 11 di 13
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«Non parliamo di un raptus» disse a un certo punto. «Parliamo di una preparazione durata settimane. La ricerca, l’acquisto, il nascondiglio, la scelta dell’ora, la scelta della bevanda. E poi la pulizia del pavimento mentre l’uomo era di sopra.»

La difesa insistette sullo stato di prostrazione, sulla dipendenza dal gioco finanziario, su una fragilità mai riconosciuta.

«La fragilità è una spiegazione» rispose la Ronchi. «Non è un’autorizzazione.»

Poi il presidente chiese all’imputata se volesse rendere dichiarazioni spontanee.

Ilaria si alzò. Si tenne al bordo del tavolo.

«Ho fatto tutto quello che c’è scritto» disse. «Non chiedo di essere creduta. Chiedo solo che a mia figlia non venga detto che l’ho fatto per i soldi.»

Nell’aula ci fu un mormorio.

Io guardai il pavimento, perché fu in quel momento che capii che non aveva capito niente, e che probabilmente non avrebbe capito mai: si stava ancora preoccupando di come sarebbe suonata la storia.

La sentenza arrivò a metà gennaio. Tentato omicidio aggravato dai rapporti familiari e dalla premeditazione, più i reati contro il patrimonio: quattordici anni. Perdita della responsabilità genitoriale.

Il presidente lesse il dispositivo in trenta secondi.

Fuori dal tribunale c’era una nebbia bassa e faceva un freddo che entrava nelle maniche. L’avvocato Sacchi mi strinse la mano.

«Se ne vada a casa da sua figlia» disse. «È finita.»

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