Da un armadio ignifugo estrasse un vecchio disco esterno.
«Tua madre non si fidava di Arturo Belmonte.»
«Perché conservarlo per vent’anni?»
«Perché mi aveva pagata per farlo.»
La risposta era così perfettamente mia madre che quasi sorrisi.
Eleonora collegò il disco.
Comparve un video sgranato, girato in una sala riunioni.
La data coincideva con la presunta modifica di Arturo.
Mia madre era seduta a un tavolo.
Corrado Ventimiglia accanto a lei.
Arturo di fronte.
Lui fece scivolare avanti un documento.
Mia madre lo lesse.
Poi rise.
Non per educazione.
Rise davvero.
Arturo sembrò offeso.
Isabella respinse il foglio.
«No.»
La voce di lui seguì.
«Rifiuta perché non si fida di Corrado?»
Mia madre scosse la testa.
«Rifiuto perché non mi fido di lei.»
Mi si chiuse la gola.
Arturo si sporse verso di lei.
«Un giorno lei non ci sarà più a decidere cosa succede a questo accordo.»
Mia madre rispose senza esitare.
«Allora le consiglio di pregare che mia figlia non debba occuparsene.»
Nessuno nella stanza si mosse.
Avevo dodici anni quando quella registrazione fu fatta.
Mia madre già immaginava che potessi ereditare le sue responsabilità.
La guardai firmare un rifiuto scritto in calce alla modifica.
Eleonora ingrandì l’immagine.
La firma sulla presunta modifica di Arturo non poteva essere autentica.
La prova era devastante.
Giorgia mi guardò.
«Questo chiude il suo ricorso.»
«No.»
Pensai a Vittorio.
A Ilaria.
A Costanza.
Al bonifico falsificato.
Ai pagamenti occulti.
Agli anni che Arturo aveva passato dentro Ventimiglia.
«Questo chiude molto più del ricorso.»
Mi voltai verso Edoardo.
«Lasciamo che Arturo creda che non l’abbiamo trovata.»
Edoardo capì.
«Vuoi che si muova.»
«Sì.»
«E se scappa?»
«Allora facciamo in modo che creda di avere finalmente l’azienda a portata di mano.»
Per la prima volta da quando tutto era iniziato, Edoardo e io volevamo esattamente la stessa cosa.
Non una riconciliazione.
Una resa dei conti.


