«Quel documento ha aiutato Arturo a riconoscere le clausole di mia madre.»
«Non lo sapevo.»
«Non ti importava.»
«Mi importava.»
«No.»
La mia voce rimase calma.
«Ti importava di essere la persona più potente del matrimonio.»
Non aveva risposta.
Mi sfilai la fede.
L’avevo tenuta al dito per tutto questo tempo.
Forse una parte di me aveva avuto bisogno della verità prima di lasciar andare.
Adesso ce l’avevo.
Posai l’anello sul tavolo.
Edoardo lo fissò.
«Deposito oggi.»
Gli occhi gli si bagnarono.
Non provai trionfo.
Provai stanchezza.
«Valentina.»
«No.»
«Ti prego.»
«La sera in cui hai alzato le mani su di me il matrimonio è finito.»
Toccai la fotografia.
«Questo spiega soltanto perché eri già disposto a distruggerlo.»
«Ti amavo.»
«Ti credo.»
Quello lo sorprese.
Continuai.
«Penso che mi abbia amata finché hai creduto che avessi bisogno di te.»
Il viso gli si incrinò.
«Ma nel momento in cui hai sospettato che potessi essere più forte di te, l’amore è diventato una gara.»
Mi avviai verso la porta.
«E non è il tipo di matrimonio che voglio.»
Non mi seguì.
Prima che uscissi, parlò.
«Cosa mi succede adesso?»
Mi voltai.
Per quattro anni avevo sempre saputo la risposta.
L’avrei sistemata io.
Avrei chiamato qualcuno.
Spostato soldi.
Riscritto condizioni.
Negoziato.
Protetto.
Non stavolta.
«Non lo so.»


