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Capitolo 42: La Donna Che Possedeva L'Impero — Parte 4

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Capitolo 42 di 42
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Quell’uomo era attualmente un dirigente di alto livello dentro Ferraro Capital.

Un uomo che conoscevo da quando ero bambina.

Un uomo che era venuto al funerale di mia madre.

Un uomo che mi aveva abbracciata il giorno del mio matrimonio.

Mio padre fissò la fotografia.

«No.»

La voce era appena udibile.

Lo guardai.

«Lo conosci.»

Leonardo indietreggiò di un passo.

«Valentina.»

«Cosa?»

Aveva perso ogni colore.

«Quell’uomo non doveva essere lì.»

«Perché?»

«Perché l’anno in cui è stata scattata questa foto…»

Mio padre alzò lentamente gli occhi verso i miei.

«…ci disse di non aver mai incontrato Arturo Belmonte.»

L’ufficio piombò nel silenzio.

Abbassai lo sguardo sull’ultima riga scritta a mano da Corrado Ventimiglia.

Se un giorno Valentina dovrà combattere per l’impero Ferraro, ditele di non cercare fuori dalle mura di casa.
Il pericolo più grande era già dentro.

Un anno prima ero uscita da una villa convinta che il tradimento più grave della mia vita fosse arrivato da mio marito.

Mi sbagliavo.

L’impero di Edoardo era crollato.

Il mio matrimonio era finito.

La rete costruita attorno ai Ventimiglia era stata smascherata.

Ma mentre fissavo l’uomo in piedi accanto a mia madre in quella vecchia fotografia, capii che la storia non era mai cominciata con Edoardo.

Era cominciata anni prima che lo incontrassi.

Con mia madre.

Con Meridiana.

Con un segreto sepolto dentro la mia stessa famiglia.

Chiusi la lettera.

Mio padre mi guardò.

«Cosa hai intenzione di fare?»

Presi la mia vecchia borsa di pelle marrone.

La stessa che avevo con me la sera in cui Edoardo mi aveva ordinato di inginocchiarmi.

Poi guardai di nuovo la fotografia.

«Ho intenzione di scoprire di cosa aveva paura mia madre.»

Fuori dalle finestre, la città brillava sotto di noi.

Un anno prima avevo smontato l’impero che mi aveva sottovalutata.

Adesso qualcuno dentro la mia stessa famiglia stava per imparare la stessa lezione.

Ero sopravvissuta all’umiliazione.

Al tradimento.

A un matrimonio rubato.

A un’azienda rubata.

E a una guerra costruita attorno al mio patrimonio.

Chiunque si fosse nascosto dietro il cognome Ferraro per vent’anni aveva commesso un solo errore.

Aveva aspettato troppo a lungo.

Perché adesso sapevo quanto può essere pericoloso il silenzio.

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