«Buona fortuna.»
Fece un piccolo sorriso.
«Probabilmente merito meno di così.»
«Probabilmente.»
Per un attimo riapparve il vecchio Edoardo.
L’uomo che avevo amato prima che l’orgoglio divorasse tutto.
«Ho iniziato a vedere qualcuno.»
Le sopracciglia mi si alzarono.
«Una terapeuta.»
Quasi sorrisi.
«Probabilmente è meglio così.»
Rise piano.
Poi l’espressione si fece seria.
«Ho passato mesi a cercare di capire perché ho alzato le mani su di te.»
Il corpo mi si irrigidì.
Se ne accorse.
«Non ho intenzione di giustificarlo.»
«Bene.»
«Non esiste una spiegazione che lo renda meno brutto.»
Aspettai.
«Volevo che ti sentissi impotente perché io mi sentivo impotente.»
Abbassò gli occhi.
«Quella è stata violenza.»
La parola rimase sospesa tra noi.
Non un errore.
Non una lite.
Non una tensione.
Violenza.
«So che dirlo non ripara niente.»
«Infatti.»
«Lo so.»
Mi guardò di nuovo.
«Ma avevo bisogno di smettere di mentire su cosa fosse.»
Per la prima volta, le sue scuse non mi chiedevano nulla.
Forse è per questo che finalmente riuscii ad ascoltarle senza sentirmi in debito.
«Spero che tu diventi migliore dell’uomo che eri quella sera.»
«Lo spero anch’io.»
Se ne andò.
Lo guardai sparire tra la gente.
Poi mi voltai nella direzione opposta.
Mio padre aspettava accanto all’auto.
Aprì lo sportello.
«Come ci si sente?»
Pensai alla villa.
Alla sala del consiglio.
Alla collana.
A Ilaria.
A Costanza.
Alla firma falsificata.
Alla registrazione di mia madre.
A Edoardo che si allontanava.
«Silenzio.»
Mio padre sorrise.
«Tua madre diceva che la pace suona silenziosa, quando hai passato troppo tempo nel caos.»
Lo guardai.
«Vorrei che fosse qui.»
«Anch’io.»
Tornammo a Meridiana Industrie.
Non perché il lavoro fosse l’unica cosa che avevo.
Ma perché per la prima volta quel lavoro era mio per scelta.
Entrai dalla porta principale.
I dipendenti mi salutarono.
Non signora Ventimiglia.
Non la moglie di Edoardo.
Valentina.


