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Capitolo 10: La storia continua

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Capitolo 10 di 17
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Due mesi prima di farsi riconoscere in quell’atrio, una ex impiegata dell’accettazione, Rita Benedetti, malata terminale e stanca di portarsi dietro quella storia, le aveva consegnato copia di alcuni documenti. Tra questi c’era un modulo di trasferimento: una neonata, dimessa verso una struttura convenzionata, registrata con il cognome falso che avevano imposto a Serena.

L’atto originale del fondo divideva il patrimonio in parti uguali tra i figli di Tommaso e Serena Fiore. Se uno moriva, tutto andava all’altro. Perché il meccanismo funzionasse, Corrado aveva bisogno che entrambi i bambini sparissero dai registri come figli dei loro genitori.

Damiano fu registrato come figlio dei Brunetti. La bambina no. La bambina era, da qualche parte, una persona viva con un diritto intatto su tutto.

Fu per quel fascicolo che Corrado, la sera stessa della scena nell’atrio, tornò al palazzo con il suo autista e con Fabrizio Sanna e scese ai tre piani interrati dell’archivio. Quando i carabinieri arrivarono, un trita-documenti industriale stava girando da venti minuti e una guardia era a terra vicino al quadro elettrico. Corrado continuò a infilare cartelle nella macchina anche quando gli intimarono di fermarsi.

«Non hai idea di quello che stai facendo», disse a Damiano.

«Ne ho abbastanza.»

«Credi che ammettere tutto ti renderà un uomo onorevole? Distruggerà l’azienda.»

«Distruggerà quello che controlli tu.»

«Quell’azienda l’ho costruita io.»

«Le fondamenta le ha costruite mio padre.»

«Tuo padre aveva delle idee. Io e mio fratello avevamo disciplina.»

«Mio padre lo avete ammazzato.»

Corrado si voltò verso Serena. «Stava per regalare milioni a degli autisti che non sanno nemmeno leggere un bilancio.»

«Voleva che avessero una parte di quello che costruivano.»

«Era un sognatore.»

«E tu eri un ladro.»

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