Serena rifiutò la villa, il piano attico e la casa con il giardino. Scelse da sola un appartamento con due camere e una cucina con le ante gialle, a tre isolati da casa di Damiano. L’unica cosa che chiese di comprare fu un tavolo grande.
«Perché così grande?» chiese lui.
«Tu, io, Chiara e chi vuole portare con sé.»
Impararono a essere madre e figlio nelle cose piccole: la spesa, le visite, le domeniche. Lui scoprì che lei odiava il caffè costoso, adorava i quiz televisivi e sapeva rammendare qualunque cosa. Lei scoprì che lui aveva conservato tutti i biglietti di compleanno di Ercole, che dormiva male prima dei consigli di amministrazione, e che il cioccolato — al contrario di quanto lei aveva scritto in una lettera del 2003 — non gli piaceva affatto.
«Da piccolo lo adoravi.»
«Avevo quattro anni. Mangiavo anche i pastelli.»
«Un pastello. Uno.»
«Era blu.»
«Era viola.»
Litigarono per dieci minuti. Si divertirono tutti e due.
Dieci anni dopo l’atrio, Damiano lasciò la carica di amministratore delegato a Giulia Ranieri e andò a lavorare come consulente nel centro di formazione ricavato dal vecchio deposito, dove il vano sotto la baia di carico è oggi una sala visitabile dietro un vetro, con dentro le copie dei progetti di Tommaso, il nastro di Ercole e le lettere mai consegnate.
Serena morì serenamente a ottantasei anni, con Damiano, Chiara, il genero e le nipoti intorno al letto. Negli ultimi anni aveva imparato a nuotare a settantasette, aveva coltivato pomodori pessimi e aveva visto diplomarsi entrambe le nipoti.
Al funerale, i giornali tornarono a parlare dell’uomo ricchissimo che si era inginocchiato davanti alla donna delle pulizie. Damiano, quando prese la parola, non nominò l’applauso.


