Parte Seconda — Cinque Miliardi Di Lire
Trentadue anni prima, una notte di febbraio, un vecchio complesso di case popolari in zona Lambrate prese fuoco al terzo piano. Una donna di trentotto anni, Serena Fiore, ruppe la finestra della camera con una sedia, avvolse il figlio in una coperta bagnata e scese due rampe di scale mentre l’intonaco cadeva. Consegnò il bambino a un soccorritore in strada. Poi un pezzo di solaio cedette e lei non uscì più.
Il bambino sopravvisse. La madre risultò dispersa e il corpo non fu mai recuperato. Per l’anagrafe, dopo un anno, Serena Fiore era morta.
Damiano passò undici mesi in affido. Poi lo adottarono Ercole e Ada Brunetti, una coppia benestante con una piccola società di trasporti alla periferia est di Milano. Gli diedero una casa, una scuola privata, un mondo. Gli lasciarono però il cognome della madre: Ercole disse che un bambino non può perdere tutti i pezzi di sé nello stesso giorno.
Fu quel cognome che, vent’anni dopo, Damiano mise sopra i suoi camion. La Fiore Meridiana muoveva merci in tutta Europa, dava lavoro a ventitremila persone e occupava un palazzo di vetro in zona Portello.
Ma ogni anno, da vent’anni, Damiano pagava investigatori privati per cercare una donna di cui ricordava due cose sole: una cicatrice sul polso e una ninna nanna cantata dentro il fumo.
Nell’atrio, in ginocchio, la cantò. Sbagliando le note, con la voce rotta.
«Dormi, rondine mia, che il buio non dura…»
La faccia della donna si spezzò. Si coprì la bocca con la mano libera. Quella canzone non l’aveva inventata nessun autore: se l’era inventata sua nonna, su una sedia di paglia in un cortile della campagna romagnola, per far addormentare i nipoti.
«Bambino mio», disse.


