Silenzio. Poi: «I genitori dei miei alunni hanno già visto il video dell’atrio.»
«Posso far intervenire l’ufficio stampa—»
«No.»
Si fermò.
«Non ho bisogno che tu mi gestisca la vita.»
La somiglianza con Serena fu immediata e disarmante.
«Hai ragione.»
«Io ho una vita normale.»
«Lo capisco.»
«No. Tu hai un grattacielo.»
Damiano rise, per la prima volta in dieci giorni. Rise anche lei.
Si incontrarono in un parco pubblico, senza giornalisti, con una sola persona della sicurezza tanto lontana da essere invisibile. Serena arrivò in anticipo, con una camicetta verde a maniche corte che lasciava scoperte le cicatrici. Per anni erano state la prova di un’identità che tutti negavano. Quel giorno erano soltanto la sua pelle.
Chiara si fermò a tre metri. Serena non si mosse verso di lei.
«Hai il sorriso di Tommaso», disse.
«Non so chi sia.»
«Tuo padre.» Poi si corresse subito: «Il tuo padre biologico.»
Chiara annuì. Il padre che l’aveva cresciuta era morto due anni prima, era un maestro elementare anche lui, e quella parola apparteneva già a qualcuno.
Si sedettero su una panchina. Serena raccontò l’incendio, l’ospedale, il parto, il certificato falso. Non chiese perdono.
«Mi hai cercata?» chiese Chiara.
«Non sapevo che esistessi fino a due mesi fa.»
«Quindi hai passato trent’anni a cercare solo lui.»
Era una domanda che faceva male a tutte e due.
«Sì.»
Chiara guardò lo stagno. «So che non è colpa tua.»
«Ma fa male lo stesso.»
«Sì.»
«Mi dispiace.»
Chiara cominciò a piangere e Serena non la toccò finché non fu lei ad avvicinarsi. Poi rimasero abbracciate su una panchina, senza applausi, senza telecamere, mentre dei ragazzini litigavano vicino alla fontana. Fu un momento più piccolo di quello dell’atrio, e molto più vero.


