«Quale quadro clinico?»
«È stata ricoverata per anni in strutture psichiatriche.»
«Perché tuo fratello ha fatto scrivere che ero pericolosa», disse lei. La voce non tremava più.
E tirò fuori la seconda busta.
Dentro c’erano: una cartella clinica intestata a un nome che non era il suo; un certificato di morte con una data che non corrispondeva a niente; e tre bonifici del 1994, per un totale di cinque miliardi di lire, usciti da un fondo fiduciario intestato a Damiano Fiore, minore, e finiti su un conto della Brunetti Trasporti.
Con quei soldi i fratelli Brunetti avevano comprato il primo deposito, ventisei motrici e i brevetti di instradamento che un ingegnere dei trasporti di nome Tommaso Fiore aveva progettato prima di morire.
«La mia eredità», disse Damiano lentamente, «ha fondato la vostra azienda.»
«Tuo padre adottivo ha trasformato un fondo fermo in qualcosa di vivo.»
«Era di mia madre e mio.»
«Avevi quattro anni.»
«E lei era viva.»
Gli investitori nell’atrio avevano tirato fuori i telefoni. Corrado se ne accorse.
«Non tutto si può spiegare in pubblico», disse.
«Allora lo spieghi alla Guardia di Finanza.»
Parte Terza — Le Lettere Mai Consegnate
La terza busta conteneva trentadue anni di lettere. Alcune scritte con una grafia ordinata, altre dettate a un’infermiera perché le dita bruciate non tenevano la penna. Nessuna era mai stata spedita, o meglio: molte erano state spedite e tutte erano tornate indietro, oppure erano finite sulla scrivania dell’ufficio che gestiva la corrispondenza personale dell’amministratore delegato. Quell’ufficio rispondeva a Corrado Brunetti da diciassette anni.
Damiano ne aprì una a caso, seduto sul bordo di una poltrona della sala riunioni al piano terra, mentre di sopra il consiglio veniva convocato d’urgenza.


