Damiano Ferrante, amministratore delegato, non l’aveva mai notata nemmeno lui. Attraversava quell’atrio due volte al giorno da sei anni e, se qualcuno gliel’avesse chiesto, avrebbe giurato in buona fede di conoscere i suoi dipendenti. Conosceva i quadri, i dirigenti, i capi deposito. Le persone che pulivano dopo che tutti erano andati via appartenevano a una categoria che il suo cervello aveva imparato a saltare, come si saltano le note a piè di pagina.
Poi la porta girevole lasciò entrare una folata e un vaso alto di vetro, pieno di rami secchi decorativi, oscillò e si spaccò sul marmo.
La donna arrivò subito con paletta e scopa. Si inginocchiò per raccogliere una scheggia lunga come una mano e il guanto destro si impigliò nel manico della paletta. La stoffa scivolò indietro di qualche centimetro.
Per un secondo, forse due, si vide il bordo di una cicatrice da ustione: una linea spessa e irregolare che attraversava l’interno del polso e si apriva verso il palmo come la nervatura di una foglia.
Damiano si fermò in mezzo all’atrio. La borsa gli scivolò di mano e fece un rumore vuoto contro il pavimento.
Giulia Ranieri, capo di gabinetto, si voltò. «Damiano?»
Lui non rispose. Stava guardando una cosa che non aveva mai visto in nessuna fotografia, perché fotografie non ne esistevano. L’aveva vista soltanto dentro di sé, per trentadue anni, in un ricordo che i medici gli avevano detto essere troppo antico per essere affidabile: fuoco sopra la testa, fumo che entra in bocca come sabbia, e due braccia che lo tengono stretto mentre la stoffa di una camicia da notte brucia sopra la pelle.
Si avvicinò. La donna si chinò ancora di più sui vetri.
«Mi scusi, dottor Ferrante. Finisco subito.»
«Il guanto», disse lui piano. «Per favore.»


