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Capitolo 7: La storia continua

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Capitolo 7 di 17
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Amore mio, mi dicono che sei morto la notte dell’incendio. Non ci credo. Una madre lo sente se suo figlio è ancora in giro per il mondo.

Un’altra, datata undici anni dopo:

Oggi compiresti quindici anni. Spero che qualcuno ti abbia fatto la torta. Tu odiavi la crema, volevi sempre il cioccolato.

Un’altra ancora:

Ho visto su un giornale la foto di un ragazzo che assomiglia a tuo padre. Si chiama Damiano Fiore. Ho scritto all’azienda. La lettera è tornata indietro.

E l’ultima, con la data di tre giorni prima:

Figlio mio, Corrado sa che ho trovato l’atto originale del fondo. Se mi succede qualcosa, guarda sotto il pavimento del primo deposito.

Il primo deposito della Fiore Meridiana era un capannone di mattoni a diciotto chilometri dal centro, chiuso da sei anni, con un cartello di demolizione appeso alla recinzione da quarantotto ore. L’autorizzazione urgente l’aveva firmata Fabrizio Sanna.

Le ricerche sotto la platea sud cominciarono il giorno dopo, con georadar, vigili del fuoco e un magistrato. A nove metri sotto la vecchia baia di carico c’era un vano tecnico che nelle planimetrie aggiornate non esisteva: un locale di manutenzione murato dopo un «incidente di cantiere» del 1995, l’anno successivo all’incendio.

Dentro c’erano una scrivania, tre schedari, una sedia rovesciata e i resti di un uomo.

Serena non gridò. Disse il nome di suo marito come si chiama qualcuno per la cena.

Nel portafogli accanto ai resti c’erano una patente intestata a Tommaso Fiore, una fotografia di matrimonio davanti al municipio e una fede di metallo chiaro. Serena portava la fede gemella al collo, su una catenina, da trentadue anni. L’esame medico-legale stabilì che Tommaso non era morto nell’incendio: era morto per un colpo alla nuca, settimane dopo, e qualcuno lo aveva chiuso lì sotto.

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