Damiano la abbracciò. Per qualche secondo nell’atrio non si mosse nessuno. Poi i dipendenti cominciarono ad applaudire, e gli addetti alla sicurezza abbassarono lo sguardo, e Fabrizio Sanna rimase immobile davanti agli ascensori con la consapevolezza che la donna a cui aveva appena detto di sbrigarsi era la madre dell’uomo il cui cognome stava sopra l’ingresso.
Damiano non sentì l’applauso.
«Perché non mi hai cercato?» chiese.
Il corpo di lei si irrigidì. «Ti ho cercato.»
«E allora?»
Guardò oltre la spalla del figlio, verso il gruppo di dirigenti fermi a dieci metri. Negli occhi le tornò la paura.
«Qualcuno ha pagato l’ospedale per cambiarmi il nome.»
Tirò fuori dalla tasca interna della divisa una fotografia ingiallita dentro una bustina di plastica. La mostrava in un letto di ospedale, il busto fasciato, gli occhi socchiusi. In piedi accanto al letto c’era Ercole Brunetti, l’uomo che undici mesi dopo avrebbe firmato l’adozione. Dietro di lui, appoggiato al muro con le braccia conserte, il fratello minore e socio: Corrado Brunetti.
Corrado aveva settant’anni. Era consigliere anziano della Fiore Meridiana, aveva guidato Damiano in ogni acquisizione dopo la morte di Ercole, e in quel momento si trovava a venti passi di distanza, vicino al bancone della reception.
Sul retro della fotografia qualcuno aveva scritto a penna:
IL BAMBINO NON DEVE MAI SAPERE CHE LA MADRE È VIVA.
Damiano si alzò lentamente.
Corrado aveva già cominciato a indietreggiare verso gli ascensori. Premette il pulsante. Le porte non si aprirono: Giulia Ranieri aveva fatto bloccare i piani direzionali trenta secondi prima.
«Sono un membro del consiglio», disse Corrado alla guardia più vicina. «Apra.»
Nessuno si mosse.
«Tu sapevi che era mia madre.»
Corrado si sistemò la cravatta. «Questa è una situazione emotiva. Non prenderesti decisioni serie sulla parola di una dipendente con un quadro clinico complicato.»


