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Capitolo 3: La storia continua

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Capitolo 3 di 17
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Lei si tirò giù la manica. «Sto bene.»

«Per favore.»

Qualcosa nel tono fece abbassare la voce a tutto l’atrio. Trenta persone smisero di parlare nello stesso momento, come succede quando in una stanza si rompe qualcosa che non è un oggetto.

Damiano Ferrante si mise in ginocchio sul marmo. Giulia fece un passo avanti e lui la fermò con un gesto. Allungò le mani verso quelle della donna e si bloccò a cinque centimetri.

«Posso?»

Avrebbe dovuto dire di no. Per undici mesi aveva coperto quelle braccia con una cura ossessiva, perché erano l’unica cosa al mondo capace di dimostrare chi fosse davvero, e perché sapeva benissimo che nel palazzo c’era un uomo che la teneva d’occhio proprio per quello.

Ma davanti a lei c’era un uomo di trentasei anni con gli stessi occhi scuri di un bambino di quattro.

Tese il braccio.

Damiano sfilò il guanto. Sotto, la pelle era una mappa: alcune cicatrici chiare e lisce, altre spesse, sollevate, tirate come cuciture fatte in fretta. La più profonda partiva dal polso e curvava verso il centro del palmo.

E lui cominciò a piangere. Non in silenzio, non con la compostezza che ci si aspetta da un amministratore delegato in piedi davanti a un consiglio e a tre fondi d’investimento. Le spalle gli cedettero e gli uscì dalla gola un suono che teneva dentro da trentadue anni.

«Sei tu», disse. «Sei tu.»

Lei fece un passo indietro. «Dottore, si sbaglia.»

Damiano si premette quell’avambraccio contro la faccia.

«Queste ustioni te le sei fatte portandomi fuori dall’incendio.»

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