Uno sguardo alla storia
La mattina di Pasqua, la mia casa era silenziosa. Troppo silenziosa.
Stavo lavando l'ultima tazza della colazione nella piccola cucina di via dei Tigli. Il caffè si raffreddava sul tavolo. Le campane del paese avevano smesso di suonare da un pezzo. Da quando Anna, mia moglie, se n'era andata, le feste erano diventate giornate come le altre: lunghe, lente e vuote.
Poi il telefono ha vibrato. Sullo schermo c'era scritto «Bea».
Ho risposto sorridendo. Il sorriso è durato meno di un secondo.
«Papà…» La voce di mia figlia era un filo sottile. «Vienimi a prendere. Ti prego. L'ha fatto di nuovo.»
Ho sentito un respiro spezzato, poi un rumore sordo, come di un telefono caduto sul pavimento. In sottofondo suonava un pianoforte e ridevano dei bambini. Una festa perfetta. E dentro quella festa, mia figlia che chiedeva aiuto sottovoce.
Beatrice mi aveva sempre chiamato nei momenti difficili: la gomma bucata a diciannove anni, il primo esame andato male all'università, la notte in cui Leonardo Castaldi le aveva chiesto di sposarlo. Quella notte mi aveva detto di essere felice, ma la sua risata era arrivata con mezzo secondo di ritardo.
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