La questura non somigliava per niente alla caserma del paese. C’erano luci al neon, porte chiuse e il ronzio silenzioso di persone abituate al peggio.
Ruggiero mi ha fatto sedere davanti a un grande schermo.
«Castaldi non si occupava solo di case» ha detto. «Negli ultimi cinque anni ha fatto girare decine di milioni attraverso società fantasma. Riciclava denaro per gente molto pericolosa.»
Sullo schermo scorrevano bonifici, conti esteri e nomi di società.
«E c’è di più. Sua madre non si limitava a sapere. Gestiva le società di copertura e decideva chi andava “convinto” in comune. Era sua socia a tutti gli effetti.»
Ho ripensato alla donna sulla scalinata, al suo sorriso e alla sua spinta. Non era solo una suocera arrogante.
Ruggiero ha esitato.
«E poi c’è questa. Riguarda sua figlia.»
Era un’email di tre anni prima, scritta da Leonardo alla madre. La lettera diceva, più o meno, che la ragazza dei Galli era perfetta: tranquilla, ingenua, con un padre “nessuno”, un pensionato che viveva da solo, senza agganci e senza soldi. Sposarla gli avrebbe dato l’immagine rispettabile di cui aveva bisogno.
La risposta di Donatella era ancora peggio: bisognava tenerla lontana dal padre e ricordarle ogni giorno qual era il suo posto.
Ho sentito le mani stringersi a pugno.
Mia figlia non aveva sposato un uomo violento per sbaglio. Era stata scelta, perché pensavano che io non contassi niente.
«C’è un ultimo documento» ha detto Ruggiero a voce bassa.
Era una bozza di richiesta di trattamento sanitario obbligatorio per Beatrice. A margine c’erano appunti a mano: “Far passare Beatrice per instabile. Testimoni pronti. Medico disponibile. Procedere dopo il prossimo episodio.”
Mi sono alzato di scatto e la sedia ha stridulato sul pavimento.


