Sono passati dodici mesi.
Leonardo Castaldi sta scontando una lunga condanna. Donatella, grazie alla sua collaborazione, ha ottenuto una pena ridotta, ma l’impero di famiglia non esiste più: la villa sul lago è stata sequestrata e le società sono state chiuse. Il divorzio è stato pronunciato in primavera, senza che Beatrice chiedesse un solo euro.
«Non voglio niente di suo» ha detto all’avvocato. «Voglio solo il mio nome.»
Ha ripreso a lavorare come insegnante. Due sere alla settimana fa la volontaria in un centro antiviolenza di Brescia, insieme a Serena Moretti, che ora è una delle sue migliori amiche. Ascoltano donne che arrivano con gli occhi bassi e ripartono con un piano.
Le notti brutte sono diventate sempre più rare.
Io ho rimesso il biglietto del generale Lanza nella busta di cuoio e l’ho chiusa in un cassetto. Non l’ho bruciato. Certe porte, ho imparato, è meglio sapere dove sono.
Poi è arrivata di nuovo la mattina di Pasqua.
Stavo lavando la tazza della colazione, esattamente come un anno prima. Il caffè si raffreddava sul tavolo. Le campane avevano appena smesso di suonare.
Il telefono ha vibrato. Sullo schermo c’era scritto «Bea».
Per un istante, lo ammetto, mi si è fermato il cuore.
Ho risposto.
«Papà…» ha detto lei, e nella sua voce c’era una risata. «Vienimi a prendere.»
«Tesoro, cosa succede?»
«Succede che hai promesso di portarmi al lago. Ho già preparato i panini e le canne da pesca sono in macchina. Sei in ritardo di un anno.»
Mi sono appoggiato al lavandino e ho riso anch’io, forte, come non ridevo da tanto tempo.
Quel pomeriggio eravamo seduti sul vecchio pontile di legno dove le avevo insegnato a pescare quando aveva sette anni. L’acqua brillava. Lei aveva i piedi nudi a penzoloni e il sole in faccia.
«Papà» ha detto dopo un lungo silenzio, «l’anno scorso ho avuto paura di non ridere mai più.»
«E adesso?»
Mi ha guardato e questa volta ha riso subito, senza nessun ritardo. Nemmeno mezzo secondo.
Ed è stato il regalo di Pasqua più bello della mia vita.


