L’ospedale odorava di disinfettante e di paura.
Aspettavo in corridoio mentre i medici visitavano Beatrice. Ruggiero sedeva di fronte a me e sfogliava una cartellina.
«Sua figlia ha avuto fortuna che lei sia arrivato in tempo» ha detto. «Ha due costole incrinate e un trauma cranico lieve. Con un altro episodio avrebbe potuto andare molto peggio.»
Non ha finito la frase, e non ce n’era bisogno.
«E adesso?» ho chiesto.
«Castaldi è in stato di fermo a Brescia, lontano dagli amici del paese. Il comandante Ferri è sospeso in attesa di accertamenti. Abbiamo sequestrato computer, telefoni e documenti. La registrazione di sua figlia è già in mano ai nostri tecnici.»
Poi mi ha guardato a lungo.
«Ho letto il suo fascicolo, signor Galli. Diciotto anni in un reparto speciale, e poi basta, da un giorno all’altro.»
«Mia moglie stava morendo» ho risposto. «Beatrice aveva sei anni. Volevo che crescesse con un padre normale, lontano da quella vita.»
«E oggi ha rinunciato a quella normalità. Perché?»
«Perché oggi ho quasi perso mia figlia.»
Un medico si è affacciato alla porta.
«Può vederla. Solo cinque minuti, è molto stanca.»
La stanza era in penombra. Beatrice aveva una flebo al braccio e un cerotto sullo zigomo. Quando mi ha visto ha provato a sorridere, e le ha fatto male.
«Papà.»
«Sono qui, tesoro.»
Le ho preso la mano. Era fredda.
«Domani mi dimettono» ha detto. «Ma non ho più una casa.»
«Hai la mia. È piccola e disordinata, ma è tua. Lo è sempre stata.»
Poi mi ha fissato con occhi che non riconoscevo.
«Papà… chi sei davvero? Ho visto come ti guardava quel poliziotto. Come se tu fossi qualcuno.»
Ho respirato a fondo. Quella domanda la temevo da vent’anni.


