«Sono tuo padre. È l’unica cosa che conta. Ma prima che tu nascessi ho servito lo Stato in posti che non stanno sulle cartine. Quando la mamma si è ammalata ho chiuso quella porta per sempre. O almeno credevo.»
Lei è rimasta in silenzio. Poi le sono scese le lacrime.
«Mi vergognavo così tanto. Pensavo che mi avresti detto che dovevo essere più forte. Che dovevo andarmene prima.»
«Ascoltami bene» le ho detto, scostandole una ciocca dalla fronte. «Non è colpa tua. Chi fa queste cose non si mostra al primo appuntamento. Aspetta che tu sia sola e che andartene sia difficile. Dovevo accorgermene io, non tu.»
Ha pianto a lungo, due anni di paura che uscivano tutti insieme. Io sono rimasto lì a tenerle la mano finché non si è addormentata.
Poi il mio telefono ha vibrato. Era Ruggiero.
«Galli, nei documenti di Castaldi abbiamo trovato qualcosa. Venga in questura domattina, e si prepari. Non sarà facile da ascoltare.»


