Il giorno dopo Beatrice è tornata a casa.
La mia casa era piccola e piena di libri, profumava di caffè e di legno vecchio. Le ho preparato la stanza degli ospiti con lenzuola pulite, un mazzo di margherite sul comodino e la sua minestra preferita.
È entrata piano, come se si aspettasse che qualcuno sbucasse da un angolo. Poi ha guardato le foto di lei bambina sulla mensola e la mia tazza sbeccata.
«Qui mi sento… me stessa» ha detto, e ha sorriso davvero.
I primi giorni sono stati difficili. Sobbalzava a ogni rumore, controllava tre volte la serratura prima di dormire e di notte si svegliava gridando. Io mi sedevo accanto a lei senza dire molto. Restavo lì e basta.
Il terzo giorno ha chiamato Ruggiero.
«I Castaldi hanno assunto i migliori avvocati di Milano. E Donatella è uscita, ha ottenuto i domiciliari. Sta parlando con i giornalisti. Dice che Beatrice è malata e che lei è un ex militare pericoloso che ha montato tutto per soldi.»
Ho guardato mia figlia che leggeva sul divano.
Quando gliel’ho detto, ha fatto una cosa che non mi aspettavo: ha riso, una risata amara e tagliente.
«Mi darà della pazza? Dopo che volevano farmi rinchiudere?» Si è alzata in piedi. «Che parli pure. Io ho la verità, ho la registrazione e ho te.»
La settimana dopo è stata un vortice di incontri con la procura, di prove e di dichiarazioni. Beatrice ha parlato per ore davanti agli investigatori. A volte piangeva, ma andava avanti. E ogni volta che finiva sembrava un po’ più forte.
Poi una mattina qualcuno ha bussato alla porta.
Era Donatella Castaldi. Non aveva gioielli né trucco e indossava un semplice abito nero. Sembrava più piccola.
Sono uscito e ho chiuso la porta alle mie spalle.
«Hai trenta secondi.»


